La fattoria degli animali – recensione

Apriamo questo mese di novembre con un nuovo tema, cioè la rivoluzione, evento a volte pacifico, a volte violento, col quale uno o più persone concentrano i propri sforzi per cambiare qualcosa, sé stessi o il mondo intero. Un maestro di questo tema nella letteratura è George Orwell, famosissimo autore soprattutto della letteratura distopica (genere che si occupa di storie ambientate in un futuro negativo, spaventoso, autoritario, contrario del termine utopia, che è invece un futuro al quale si aspira).

Il libro di cui voglio parlare è “La fattoria degli animali”, pubblicato alla fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945. l’origine di questo testo è nella guerra civile spagnola, conflitto al quale Orwell partecipò e rimase gravemente ferito; la cronaca della sua esperienza è riportata nel libro “Omaggio alla Catalogna”.

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In quel periodo lo scrittore maturò il suo disprezzo per il comunismo di stampo stalinista, e questo si rifletterà nella trama de “La fattoria degli animali”, ma anche nell’altro suo capolavoro “1984”.

In una fattoria inglese, come ultima volontà dell’anziano maiale chiamato Vecchio Maggiore, gli animali fanno scoppiare una rivoluzione per cacciare i padroni umani e prendere il controllo della fattoria e della loro vita. A guidarli sono i due maiali Palla di neve e Napoleon. Il primo è benintenzionato, coraggioso e progressista, il secondo è più subdolo e intenzionato a prendere il potere per comandare sugli altri. Sarà la lotta tra questi due leader il centro della vicenda, ma come succede in tante rivoluzioni, è sempre il popolo a pagare il prezzo più alto.

La forma in cui viene narrata questa storia è quella di una favola: i protagonisti sono animali umanizzati, capaci di ragionare e parlare, combattere per i diritti e tramare nell’ombra. La storia in sé però, la sua essenza, è la sorte di tutte le rivoluzioni, e soprattutto di quella comunista in Russia, che ha liberato il paese dagli zar ma lo ha buttato nelle mani di Stalin e della sua dittatura.

Orwell finge di alleggerire uno dei capitoli più tristi della storia moderna sostituendo i proletari con le bestie di Zio Tobia della Vecchia Fattoria, ma le drammatiche conseguenze restano le stesse.

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Gli animali cacciano l’essere umano padrone e crudele e danno potere ai maiali, che dopo aver detto “Tutti gli animali sono uguali”, ritrattano che “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”, fino al finale drammatico in cui i nuovi padroni si alzano su due gambe come quelli vecchi e confermano la terribile verità. Che il potere rende malvagi, e il popolo non può consegnare lo scettro nelle mani di chiunque, ma deve prendere consapevolezza di sé e governarsi in modo maturo e equo. È l’utopia del comunismo, finora non realizzata pienamente.

Il finale è quello negativo che molti autori di realtà dispotiche, Orwell per primo ma anche Dick, hanno creato. La storia finisce male, drammaticamente, il lettore non ha lo scampo dell’happy ending, ma deve comprendere la gravità di ciò che è successo e le conseguenze nefaste che questo porterà.

Credo sia un finale giusto, dato che spesso le rivoluzioni liberano il popolo oppresso e si tramutano in una dittatura peggiore della precedente.

Una chiusura altrettanto funzionante è quella dell’adattamento animato, uscito quasi dieci anni dopo, che termina con la trasformazione in umani dei maiali e lo scoppio di una seconda rivoluzione degli altri animali, che rovesciano il nuovo regime.

Questo epilogo è sicuramente più “ottimista” del libro originale; sulla carta gli animali subiscono la volontà dei padroni, sono mansueti e condiscendenti, mentre nella pellicola, un cartone animato dai toni cupi e dalle musiche inquietanti, le bestie sono più risolute e vendicative, ma lasciano un punto interrogativo su quello che accadrà nella fattoria.

In definitiva, “La fattoria degli animali” è una perfetta metafora di ogni rivoluzione, narrata con lo stile classico e semplice della favola ma denso di temi forti e portatore di tanti quesiti e dubbi.

Se un popolo si sente in prigione, ha il diritto di ribellarsi contro colui che lo controlla? Se si, cosa dovrebbe fare dopo? Come può migliorare la propria condizione?

Con queste domande vi lascio e vi raccomando di leggere questo classico imprescindibile se non lo avete già fatto. Alla prossima settimana!

 

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