Omero Iliade – recensione

Questa recensione, come la precedente, riguarda un libro che ripercorre i miti greci, ma in una forma molto più romanzata e “attuale”, se vogliamo. Il testo in questione è “Omero Iliade”, scritto da Alessandro Baricco. Se “L’universo, gli dèi, gli uomini” raccontava la mitologia classica dall’origine di tutto in poi, “Omero Iliade” si concentra sulla sola guerra di Troia, immenso conflitto tra l’enorme armata achea di Agamennone e l’inespugnabile città di Troia.

Causa del conflitto è il rapimento, da parte del principe troiano Paride, della regina Elena di Sparta, moglie del fratello di Agamennone, Menelao, e donna più bella del mondo. Infuriati per l’accaduto, i due fratelli radunano i vessilli di tutti i re greci e muovono guerra contro la piccola ma ben difesa città. I due eroi che spiccano tra le due armate sono Ettore, primogenito e erede di Troia, fratello maggiore di Paride e futuro re della città, e Achille, semidio e guerriero greco affamato di gloria.

Questo libro è caratterizzato dalla messa in prosa, moderna e epica allo stesso tempo, del poema omerico, e dalla divisione in capitoli per punti di vista.

Ripercorriamo gli ultimi giorni della guerra, così come era nella lettura classica, ma dalla prospettiva di vari personaggi, dai più famosi alle umili “comparse”.

C’è la nutrice di Ettore e Paride, che assiste al “cazziatone” del primo ai danni del secondo, a causa della sua pigrizia e irresponsabilità; c’è il deforme Tersite, che la mia prof di latino definì “il primo sindacalista della storia” per i suoi discorsi sul diritto dei guerrieri greci di tornare a casa, dopo dieci anni di guerra senza successo; c’è lo scaltro Pandaro, arciere troiano che approfitta di un momento di distrazione a seguito dello scontro interrotto tra Menelao e Paride, sospeso dalla fuga del principe di Troia, per colpire proprio Menelao con una freccia, scatenando la rabbia del fratello Agamennone; viene persino chiamato in causa un fiume, che assiste imponente allo spargimento di sangue delle due fazioni, ma che si anima contro Achille nella forma di una vera e propria tempesta, quando l’eroe tenta di continuare il massacro anche nelle sue acque.

A questi si uniscono nomi più noti come Ulisse, creatore del cavallo di legno e più astuto tra i re greci, c’è il saggio e vecchio Nestore, il giovane Enea, la sfortunata Elena, e naturalmente Agamennone, Ettore e Achille.

Il tema del mito, cioè della guerra più grande del mondo classico, è qui affrontato come la storia di uomini e donne stanchi dopo dieci anni di conflitto, alcuni con famiglie nobili e imprese eroiche alle spalle, altri assolutamente anonimi, ma che si trovano per un gioco del fato ad assistere a momenti decisivi.

Tutti parlano al passato remoto, sonno onniscienti, sanno cosa succede alle loro, spalle, cosa sta succedendo altrove, cosa è accaduto in passato e cosa accadrà; sembrano parlarci dalle loro bare, o dalle profonde oscurità dell’Ade, e ci narrano di come loro hanno vissuto e sono entrati nella leggenda.

Interessante è la quasi totale assenza del divino in questa narrazione.

Tutti i testi classici sono caratterizzati da una massiccia presenza delle divinità nelle faccende umane, tanto che spesso le imprese di re, guerrieri e eroi non sono da attribuire alle loro straordinarie capacità umane, ma al favore che un dio o una dèa gli concede al momento.

Questo dato di fatto è strano da concepire in una società moderna che ha vissuto l’Umanesimo e l’Illuminismo, dove è l’impegno e la ragione a darci la forza per portare a compimento le nostre imprese; nel mondo classico, ovviamente, la buona riuscita degli impegni di un essere umano dipendeva dalla sua fedeltà a una divinità, che fosse Zeus, Atena o Ares.

In “Omero Iliade” gli dèi non entrano mai in gioco. Sono gli sforzi degli eroi e regine, uomini e donne a definire cosa accadrà, o al massimo è il Fato. La guerra è già avvenuta, nulla può cambiarla, sono tutti destinati a soffrire e morire, eppure questi personaggi mitici esprimono tutta la loro forza e voglia di vivere, sprofondano nelle più basse tentazioni e si elevano alle più somme virtù per mostrarci cosa sono in grado di fare. E cosa in fondo siamo capaci di fare noi.

di Francesco d’Onofrio

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