Recensione “Storia di Amalia” di Antonia Lucchese

Una storia molto tragica ci porta a duecento anni indietro nella storia a Bologna, nel 1890.

Erano tempi bui, questa città ha sempre avuto lati oscuri, come tutte le grandi città: afflitta da malattia e da bambini figli di prostitute senza nessuno che li accudisse.

Quindi venivano messi in un orfanotrofio all’ospizio degli Esposti, soprannominato “ospedale dei bastardini”.

In questo luogo, aveva trovato lavoro una povera contadina di nome Amalia Bagnacavalli. che Abitava in Oreglia, una piccola frazione di Vergato. Aveva un marito, Luigi, e la figlia Adele.

Ogni giorno doveva spostarsi dal suo paese a Bologna, con i pochi soldi che aveva.

Siccome erano contadini guadagnavano poco. Amalia aveva bisogno di soldi, e si offrì come nutrice nell’ospedale.

Nell’orfanotrofio curava una bambina a cui era stato dato il nome di Paola Olivelli, che aveva su un ciondolino, come – ironico – un cane.

Amalia notò immediatamente che la bambina era malata, e temendo per la sua salute, provò a rifiutarla ma il medico che gliela porgeva disse che non avrebbe avuto il lavoro se non la accettava.

Amalia si trovò con le spalle al muro.

Tuttavia i suoi timori si rivelarono presto reali.

Scoprì dunque che questa neonata era cieca, e oltre a non attaccarsi al seno, le usciva dal naso una sostanza gialla.

Amalia portò la piccola dal dottor Dalmonte che quando vide la piccola Paola, rimase sconvolto  disse subito ad Amalia di riportarla all’orfanotrofio.

La giovane contadina si rivolse ad un altro medico, che le disse invece di controllare che i capezzoli non si rigonfiassero.

Amalia continuò ad allattare la figlia e tentare di fare lo stesso con Paola, e si rese poi conto di avere qualche problema ai capezzoli.

Tornò dal dottor Dalmonte che le diagnosticò subito la sifilide, la mandò in un ospedale per farsi curare e le consigliò di domandare i soldi all’ospizio, perché la responsabilità della contrazione della malattia era loro.

Iniziò dunque una battaglia logorante, la battaglia di Amalia.

Infatti l’ospizio negò ogni responsabilità, Amalia si rivolse ad un giovane avvocato ambizioso, Augusto Barbieri, che ascoltando quella storia drammatica decise di aiutarla.

Era l’ennesima vittima degli abusi di potere, dei metodi obsoleti della sanità.

Il conte Francesco Isolani era il presidente del corpo amministrativo degli ospedali di Bologna. L’avvocato Barbieri doveva dunque combattere un grande squalo della città.

Un uomo senza scrupoli senza il minimo interesse per l’umana sofferenza.

L’avvocato decise di assumere la causa, e contava sul fatto di farsi risarcire dall’ospizio come paga per la sua lotta, che aveva iniziato perché il suo obiettivo era di rivoluzionare la legge Italiana.

La battaglia durò anni. Amalia stava sempre peggio a causa della sifilide che contagiò anche il marito e la figlia, che morì poco tempo dopo Paola Olivelli.

La giovane madre perdeva costantemente le forze, e i figli che provava ad avere morivano ancora prima di nascere o poco dopo.

Per combattere Amalia fu sottoposta a dure prove e sacrifici. L’avvocato riuscì a farsi pagare dall’ospizio, ma dopo numerosi processi, fu di nuovo negata la responsabilità dei medici.

Dopo tanti anni, nel 1900 l’avvocato aveva perso la voglia di combattere e cercò di mettersi d’accordo con l’ospizio per un vitalizio di 22.500 lire.

Questi soldi però non bastavano a ripagare la grande quantità di debiti della coppia.

La coppia Bagnacavalli morì prima di vedere la loro vittoria, ovvero dopo quella vicenda la sanità fu cambiata e molte nutrici vennero in seguito tutelate.

La storia di Amalia è narrata per immagini da Antonia Lucchesi.

Le lettere del libro riportano una storia, una cronaca. Sono i disegni a narrare le emozioni della vicenda.

La sofferenza di Amalia, i suoi pianti.

L’espressione severa del conte Isolani, l’aspetto determinato e paziente dell’avvocato Barbieri, la costante malinconia di Luigi.

E poi lo stato orribile in cui le persone venivano ridotte dalla malattia, la fatica di Amalia e del marito di lavorare il campo con la malattia.

 

È una vicenda che è passata alla storia, che dovrebbe essere di esempio per tutti, poiché tali storie esistono anche oggi, e vengono spesso ignorate.

 

– Paolo Pileggi

amalia-01.jpg

 

 

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