Il potere della Parola.

 

Come detto in precedenza, si sta perdendo la passione e attenzione per la poesia.

Nonostante i concorsi letterari possano vincere a volte anche facilmente. Forse sarà proprio perché ormai il racconto stesso è diventato banale.

La poesia è diventata la specialità.

Il racconto però ha un diverso ordine, una connessione diversa.

Le parole non devono seguire lo schema particolare della poesia. In qualche modo le parole nei racconti hanno molta più libertà di scelta.

La fantasia può spaziare nelle infinte possibilità delle descrizioni, descrizioni degli ambienti, delle emozioni e dei personaggi.

La particolarità e la difficoltà nasce dal creare il giusto contesto, la storia, il background di ogni personaggio.

Dietro ogni persona c’è una storia, un mondo da inventare.

Infinite possibilità.

Questi sono privilegi appartenenti solo ai racconti. La poesia non ha una storia, e in effetti è questo ciò che rende la poesia così sublime.

Infatti la poesia non ha legami. Spazia molto di più del racconto, esiste anche in quelle poche parole, e resta comunque di una bellezza irripetibile.

Ogni forma d’arte, in questo caso letteraria, ha il suo punto di forza.

Se non ci fosse l’arte della parola, la forza della parola, non potremmo esercitare molte forme d’arte.

L’attore stesso ha, quasi sempre, bisogno del potere della parola, un critico d’arte deve usare molte parole per descrivere l’opera, e ognuno di loro ha una diversa opinione per ogni dipinto, per ogni pittore e scrittore.

Ad esempio Charles Bukowski potrà essere ricordato come un’ ubriacone depresso, ma per molti resterà uno scrittore senza pari.

 

Tutto questo grazie ad una cosa sola: la parola, capace di scatenare guerre e anche di fermarle.

  • Paolo Pileggi

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Franco Costabile – L’Ultima Uva

Che volete,

che volete ancora

da questa terra.

Vi paga

il canto del gallo

bimestre per bimestre,

paga il sale

come se fosse argento,

paga l’erba l’origano,

vi paga anche la luna nuova.

Che volete di più,

ditelo e lo farà,

ma lasciatela,

lasciatela in pace.

E’ così stanca

di sentirsi ripetere

il pane l’albero

il barile dell’abbondanza,

e di aspettare,

di aspettare, aspettare…

Prendetevi

l’ultima uva

ma non tormentatela

col patto degli acquedotti.

Prendetevi

anche la madia

il setaccio

ma rispettatela almeno

nell’estrema unzione

dei suoi uliveti.

Ha veduto i suoi figli

morire di dissenteria,

partire da emigranti,

andare ammanettati.

Ha veduto contare

dal regio scrivano

tutte le sue pecore

una per una.

Ha veduto posare

casse di munizioni

nei campi di granturco

e bruciare le masserie le case.

Adesso

lasciatela,

lasciatela sola

al confine delle sue foglie.

Quanti anni di sole

ci sono voluti per capire

tanta oscurità,

tanto disordine di frane

e di vicoli,

e poi l’ordine, l’ordine dei carabinieri.

Lasciatela.

Un’amicizia

in tanti anni,

un affetto sincero

non l’ha mai avuto.

Mai nessuno

che un giorno al balcon

e le abbia parlato

di un vestito

di un bei paio di scarpe,

le abbia spiegato

in confidenza

come si prepara una tavola,

qui il coltello,

qua il cucchiaio,

la forchetta.

Lasciatela.

Con una brocca

o un bicchiere di cristallo

berrà sempre

al pozzo del suo dolore.

Anche voi

così lontani

ma del suo stesso sangue

della sua stessa razza accanita,

smettetela con le nostalgie,

non mortificatela

con quel dollaro spaccone

in una busta,

con quel pacco di vestiti usati.

Le basta lo scialle nero

che vi coprì bambini.

Che volete,

voi, voi tutti,

che volete di più.

Ditelo, vi ha sempre detto di sì,

non sapeva firmare

e vi ha messo i segni di croce

che tutti volevate.

Prendetevi

allegria e gioventù

e seppellitele in una miniera.

E’ carne, vita sua

ma forte,

cresciuta con latte e disgrazie.

Prendetevi anche il cielo

questo azzurro così antico così raro

portatevelo via.

Lasciatela

al cantuccio

della sua lucerna, sola,

col ricordo

del nipote minatore.

Non venite a bussare

con cinque anni

di pesante menzogna.

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